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CS50 | Semiotica e filosofia della comunicazione

15.03.2016

Comunicazioni Sociali nella sua storia ha frequentato le aree della semiotica e della filosofia con articoli sui grandi temi di queste discipline, affrontati nel contesto della riflessione sui media, sulla loro evoluzione, con particolare attenzione al cinema. Gli interventi che la rivista ha ospitato possono essere inquadrati all’interno di una duplice tensione di studio.

La prima nasce dall’interrogativo sul rapporto tra i linguaggi dei media e il soggetto: la domanda è quanto e come i mezzi di comunicazione danno espressione alla soggettività della persona nelle sue componenti essenziali (l’essere in relazione, la memoria, ecc.).

La seconda tensione pertiene il rapporto tra media e realtà: in questo caso, la domanda è quanto e a che condizioni il discorso dei media può ritenersi in sintonia con le attese di verità presenti nella fruizione di qualsiasi manifestazione linguistica.

Su entrambi i versanti, CS è stata ed è lo specchio dei nodi che hanno coagulato la riflessione sui segni, l’approfondimento sui meccanismi di funzionamento del linguaggio e sulle specificità dei diversi linguaggi.

I saggi pubblicati sul problema dei codici di significazione e su quello dei loro usi sono altresì rivelativi dell’identità teorico-metodologica della rivista, contrassegnata da un’impostazione pragmatica, sia pure in dialogo costruttivo con il paradigma strutturalista.

Sull’asse linguaggio/soggetto, CS ha proposto saggi di carattere filosofico fenomenologico.

È il caso dell’articolo di Virgilio Melchiorre “Sul concetto di rappresentazione” (2/1979). Lo “stare per” di ogni evenienza significante – in primis della messa in scena drammaturgica – è compreso alla luce dell’intenzionalità strutturante la coscienza umana, dell’apertura di questa all’altro e ad un senso sempre ulteriore in cui trascendere i limiti di percezione e prospettiva sul mondo. 

È un approccio che su CS verrà sviluppato soprattutto da Silvano Petrosino, con interventi dedicati al tema della memoria e della responsabilità “attiva” che il soggetto è chiamato ad avere rispetto al passato. Dinamica approfondita, per esempio, attraverso una ricognizione teoretica sul tema della memoria – da Aristotele a Derrida – in un articolo del 1983 (n. 4, “La pratica della memoria”); pensiero rilanciato anni dopo alla luce della nozione di traccia in Lévinas (1/2010, “La traccia in filosofia”).

La questione della posizione del soggetto rispetto ai segni che usa e da cui dipende per comunicare e comprendere costituisce poi un fil rouge della riflessione semiotica su CS.

Così è per esempio nella panoramica teorico-critica sviluppata da Francesco Casetti in un articolo del 1971 (nel fascicolo 5, “Comunicazione e significazione. I luoghi della semiologia postsaussuriana”). L’autore conclude suggerendo una via di sviluppo per il dibattito disciplinare dell’epoca, indicandola nello spostamento dell’interesse dal codice alla libertà creativa del soggetto che lo parla.

Si trovano sottotraccia in questo articolo i germi dell’affermazione dell’approccio pragmatico che, all’inizio del decennio successivo, è al centro del numero con cui CS (3-4/1981, La rappresentazione del corpo. Parte seconda) contribuisce ad un generale spostamento di ottica nella semiotica negli anni Ottanta. Con i suoi articoli, il numero afferma l’importanza del progetto di senso che attraversa e sostiene ogni testo. Ogni produzione di senso, cioè, dipende da una volontà strutturante che intende mettere in comune, attivare risposte, produrre effetti sull’interlocutore. In un suo articolo, Gianfranco Bettetini intende allora il “corpo” del soggetto enunciatore del film come “il sapere che lo organizza” nell’attesa di un destinatario disposto a mettere a sua volta in gioco il proprio sapere (il corpo dell’enunciatario come “protesi simbolica”) per attingere ai contenuti che gli sono stati preparati. Nell’articolo “Cenni di intesa” Casetti, in direzione analoga, riflette su come l’assetto comunicativo del film si estrinseca nell’orchestrazione dei punti di vista, degli sguardi proposti allo spettatore, entro un rapporto che acquista il rilievo massimo e massima esplicitazione nel caso dell’interpellazione. 

È una prospettiva destinata ad evolversi aprendosi all’interdisciplinarità. Lo testimonia nel 2001 un numero dedicato alla spectatorship del cinema (2/2001, Al cinema. Spettatore, spettatori, pubblico). Tracciando un bilancio della pragmatica applicata al testo filmico, gli articoli di Augusto Sainati (“Pragmatica del cinema: per fare il punto”) e di Mariagrazia Fanchi (“Dallo spettatore implicito all’audience”) evidenziano la necessità di ampliare la considerazione delle competenze spettatoriali includendovi fattori sociologici, storici, estetici, ecc., indispensabili per spiegare la “negoziazione” di senso attuata da chi fruisce il testo. Dinamica, questa, che anche il ritorno al cinema delle origini può aiutare a comprendere meglio, aggiungendo elementi legati al vissuto dell’esperienza cinematografica e alla sua specificità enunciazionale. Ne è prova il contributo di Ruggero Eugeni pubblicato nello stesso numero (“La relazione d’incanto. Ipnosi e archeologia dello spettatore cinematografico in Trilby di George du Maurier”).

Venendo a considerare l’asse linguaggio/realtà, risaltano nella storia di CS sia saggi dedicati alla portata veritativa dei segni, sia contributi che affrontano il problema di come il discorso dei media, interpretando la realtà, influenza il modo in cui le relazioni e i valori sono vissuti. 

Sul primo versante, vale la pena ricordare il contributo di Gianfranco Bettetini sull’argomento del realismo cinematografico (2/1974, “Realtà, realismo, neorealismo, linguaggio e discorso: appunti per un approccio teorico”). Inserendosi in una riflessione cruciale negli anni di avvio della semiotica contemporanea, l’articolo amplia la prospettiva in cui il problema è affrontato per indicare come il realismo nel cinema è un effetto di senso, costruzione discorsiva, comunque messa in scena figlia di schemi culturali attraverso cui la realtà e la storia sono letti.

Con ciò ci si trova già proiettati verso il secondo versante: il tema di come i testi dei media elaborano assiologie e producono modelli con un’azione che ha inevitabili risvolti etici.

CS ha dato negli anni risalto a questa problematica, in primo luogo, con attenzione alla semiotica della pubblicità. Si tratta di un ambito di affinamento per la disciplina ai suoi albori nella seconda metà degli anni Sessanta. Lo testimonia l’articolo di Umberto Eco pubblicato nel 1967 (n. 2, “Il messaggio persuasivo (note per una retorica della pubblicità”). La rivista, mantenendo il suo approccio pragmatico, dialogherà poi con l’orientamento narratologico-strutturalista divenuto via via dominante nello studio del linguaggio pubblicitario. Così è, per esempio, nel saggio con cui Ruggero Eugeni, facendo sue alcune categorie greimasiane, evidenzia le strategie narrative di valorizzazione del prodotto/oggetto di valore in pubblicità (2/1989, “Sognare diamanti. Per un’analisi narratologica dei testi pubblicitari”).

È anche sulla scorta di questi lavori che, a partire dagli anni Novanta, le potenzialità della semiotica in termini di analisi critica sul discorso dei media si trovano declinate su CS secondo una più spiccata preoccupazione etica, con l’attenzione volta a valori ritenuti cruciali. Un numero di rilievo in questa traiettoria è quello curato da Chiara Giaccardi e Ruggero Eugeni, Famiglia e mass media: per un’etica della comunicazione mediale (1/1995). Il primo dei saggi è un articolo di Gianfranco Bettetini (“Chiamati a comprendersi”) dove la fruizione familiare dei media è indicata come un terreno privilegiato, appunto, per la riflessione su un’etica della comunicazione. Stante la disparità di forza comunicativa tra l’emittente dei messaggi e chi li riceve, stante la vulnerabilità del nucleo familiare in una contingenza sociale che lo pone al centro di sollecitazioni centrifughe, la comunicazione dei media è da vagliarsi nel suo grado di correttezza alla luce delle massime conversazionali di Grice, in relazione alla sua auspicabile trasparenza rispetto alle impostazioni ideologiche che la ispirano.

La centralità del rapporto tra linguaggio e valori – tra discorso dei media ed elaborazione delle assiologie – rivelerà di qui in poi particolare fecondità in termini di analisi narratologica. Su CS negli anni Duemila confluiscono i risultati di un nuovo filone di studio dedicato alla forza “pedagogica” del racconto, nell’ambito di ricerche dedicate alla sceneggiatura cinematografica e televisiva. Le assiologie di cui una storia si fa portatrice vi vengono considerate come frutto del lucido lavoro retorico dell’autore, inteso a guidare il destinatario del racconto lungo un percorso di esplorazione tematica e valoriale. Muovendo dalla teoria della letteratura di Wayne C. Booth, l’assunto centrale di questa linea di ricerca è che a generare il coinvolgimento in una storia è soprattutto il percorso di maturazione che il personaggio è sollecitato ad intraprendere nella vicenda. I modi di costruzione del protagonista per generare affezione nei suoi confronti e rendere il suo sforzo di cambiamento verosimile e al tempo stesso sorprendente, sono il fulcro di numeri curati da Armando Fumagalli che CS dedica alla scrittura del film biografico (1/2007), a quella dell’adattamento da teatro (3/2011), infine alla trattazione delle questioni bioetiche legate all’inizio e al fine vita (2/2014).

Questi contributi sono anche indicativi di un tratto importante che ha da sempre contrassegnato la presenza della semiotica su CS: il suo essere un banco di prova per il dialogo con la cultura “laica”. Ciò vale per lo studio dei modi di elaborazione narrativa delle problematiche bioetiche. Vale anche su tutti gli altri versanti “sensibili” del dibattito culturale. Per esempio, tornando alle riflessioni sul rapporto tra soggetto e linguaggio, il tema è stato sviluppato su CS attraverso un confronto creativo con le prospettive dello strutturalismo e del post-strutturalismo per elaborare una via originale, non segnata dalle valenze de-personalizzanti tipiche di quelle impostazioni. Una linea di approfondimento che prosegue oggi, trovando terreno fecondo e nuove occasioni di dialogo anche al di fuori dell’area semiotica, come testimonia il recente numero curato da Chiara Giaccardi sull’umanità del soggetto in una società tecnologica (3/2015).

Paolo Braga

 

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