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CS50 | Televisione

11.03.2016

Cinquant’anni di Comunicazioni Sociali e sessant’anni di televisione in Italia: una coincidenza temporale che descrive una storia di interessi incrociati. Fin dalle sue origini, ovvero nei primissimi anni degli Annali della Scuola superiore di giornalismo e Mezzi Audiovisivi, la rivista ha manifestato un particolare interesse per lo studio del nuovo mezzo televisivo, contribuendo a istituzionalizzare un approccio di ricerca originale sulla tv. Già nel secondo numero degli Annali, del 1966, ritroviamo in apertura un importante saggio firmato dal fondatore, Mario Apollonio, dal titolo Itinerari della coralità teatrica e drammaturgia televisiva. Il saggio costituisce una tappa nella riflessione che il fondatore della Scuola ha iniziato un decennio prima, con l’articolo Il linguaggio televisivo: prevalenza “video” e comunicazione integrale, pubblicato su Drammaturgia nel 1957 (a soli tre anni dall’inizio delle trasmissioni regolari della RAI), culminata colla monografia Drammaturgia televisiva, del 1968. Il saggio compreso negli Annali è davvero degno di nota perché non rappresenta semplicemente un’analisi della presenza e delle potenzialità del teatro sul piccolo schermo; costituisce, invece, un originalissimo punto di vista sulla necessità e le prospettive di uno studio “serio” del mezzo più moderno e popolare, la televisione. L’interesse di Apollonio non è ovviamente casuale: nel 1954 il Professore di Storia del Teatro dell’Università Cattolica aveva accettato il compito di istruire i primi quadri dirigenti della TV di Stato nei celeberrimi “corsi” voluti da Filiberto Guala e Pier Emilio Gennarini. Più che entrare nella complessa lettura che Apollonio dà del mezzo televisivo e della sua “teatricità”, è importante rilevare, nel saggio del 1966, quell’interesse così accesso per la TV che caratterizza, da allora, la rivista: “L’aggancio col reale è, nella TV, infrangibile. La sua incidenza nel gruppo in ascolto può avviarsi ad essere altrettanto intensa che nei momenti più significativi della storia del teatro. La sua attualità chiama l’universo umano nell’hic et nunc del circoscritto spazio-tempo della vita mortale e il giudizio finale che attraverso lei si celebra sul tempo allarga all’infinito il processo della partecipazione. Dal nihil humani alienum alla filosofia dell’atto puro, alcuni dei momenti salienti del pensiero antico e moderno vi si ritrovano vivi ed urgenti. Ma tralasciamo ogni discorso apologetico: se l’incanto della nuova poetica, che riassume il più dell’intelligenza col più della meraviglia, non ci rapisce”.

Quest’incipit apolloniano è perfettamente il linea con l’atteggiamento della cultura cattolica nei confronti del mezzo televisivo, e, dietro la fascinazione, sottende un concreto impegno a forgiare il medium (attraverso l’esperienza dei “corsari”) ma anche a studiarlo, ad applicarvi le discipline che di volta in volta si rendono necessarie per comprenderne i linguaggi, la tecnologia, le forme testuali o la rilevanza sociale. Si comprende dunque perché, lungo i cinquant’anni seguenti, costanti sono gli apporti di studio che Comunicazioni Sociali dedica alla televisione, contribuendo a definire i contorni di quelli che, in ambiente anglosassone, saranno definiti Television studies.

Nel numero che precede quello appena citato, ovvero il primo degli Annali, la televisione è già presente con un saggio di Adriano Bellotto dedicato al fenomeno dei “tele-club” (Una esperienza italiana di ascolto collettivo di TV: i teleclub”) e con un articolo di Franco Rositi intitolato Problemi e metodi della “analisi del contenuto”. La sociologia, con la sua attenzione alla fruizione, costituisce la prima disciplina che consente di leggere, con strumenti d’analisi scientifici, la rilevanza socioculturale del mezzo televisivo. In particolare, nel saggio di Bellotto, si rileva come la fruizione televisiva abbia ormai abbandonato le originarie forme di “consumo collettivo” , che hanno caratterizzato i primi anni delle trasmissioni della RAI; non di meno, l’esperienza dei tele-club rappresenta “la rivalsa del gruppo attivo contro le condizioni passive del pubblico di massa” e, soprattutto, apre la strada a un tema molto sentito in quegli anni in Università Cattolica (in particolare, fra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, dallo stesso padre Agostino Gemelli): l’uso degli audiovisivi nell’educazione degli adulti. Il tema era già stato toccato direttamente anche da Franco Rositi che, nel primo numero degli Annali, raccoglie appunto in un saggio bibliografico gli studi sugli Audiovisivi nell’educazione degli adulti.

Nel corso degli anni Settanta, e in particolare nella nuova serie degli Annali partita nel 1973, l’interesse per lo studio della televisione (e del broadcasting in senso più ampio, dunque anche della radio) è molto vivo. Si concretizza, in particolare, in una serie di saggi che provano a fare il punto sugli studi sulla tv e la radio. È sempre Adriano Bellotto – membro del Comitato di redazione della rivista – a dedicare, nel 1973, il saggio Per una storia dell’Eiar: problemi e tendenze. Più tardi, Francesco Casetti “coordina” una ricerca destinata a costruire una Bibliografia sulla televisione in Italia. Dal 1928 al 1942 (1/1978).

Fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta gli studi sul broadcasting diventano sempre più centrali negli interessi della “Scuola di Milano”, attraverso i lavori di Gianfranco Bettetini (a sua volta dirigente e regista RAI dagli anni Cinquanta) e Aldo Grasso sulla storia della televisione italiana (American Way of Television. Le origini della TV in Italia; Lo specchio sporco della televsione; Linea allo studio…) e a quelli di Francesco Casetti sulla neotelevisione e sulle forme seriali (Un’altra volta ancora. Strategie di comunicazione e forme di sapere nel telefilm americano in Italia; L’immagine al plurale. Serialità e ripetizione nel cinema e nella televisione; Tra me e te. Strategie di coinvolgimento dello spettatore nella neotelevisione...). Gli anni Ottanta vedono dunque un fiorire degli studi sulla televisione in Università Cattolica attraverso il ricorso alle molteplici discipline che si erano andate definendo negli anni precedenti o che trovavano nei media un fruttuoso campo di applicazione: l’approccio storico, quello semiotico, quello sociologico.

Le linee di tendenza che caratterizzano lo studio della televisione e del broadcasting sulle pagine di Comunicazioni Sociali possono essere riassunte in una serie di filoni tematici particolarmente rilevanti.

Il primo filone è rappresentato da un costante interesse nei confronti del tema dell’educazione, e in particolare dell’utilizzo educativo degli audiovisivi, come già si è visto nei contributi degli anni Cinquanta. In questo filone di interesse, trovano in particolare spazio il tema del rapporto fra televisione e famiglia e fra televisione e minori. Del 1984, ad esempio, un numero monografico curato da Gianfranco Bettetini su Televisione e famiglia, con saggi di Fausto Colombo e altri. Il monografico è replicato, poco più di un decennio dopo, da due numeri monografici: il primo, Famiglia e mass media: per un’etica della comunicazione mediale è curato da Chiara Giaccardi e Ruggero Eugeni (1/1995); il secondo, curato da Pier Cesare Rivoltella e Cristiana Ottaviano, si intitola Arrivederci Ragazzi. Studi sul rapporto tra televisione e minori (2/1996).

Un secondo filone particolarmente florido fra le pagine di Comunicazioni Sociali è rappresentato dall’indagine sui generi e i linguaggi del mezzo televisivo, non solamente in una chiave di analisi testuale. Già negli Annali si riscontra, come si è detto, una particolare attenzione per la derivazione teatrale della tv italiana e per i rapporti fra TV e teatro. Si indaga inoltre, con un numero monografico, il linguaggio del comico fra spettacolo, media e televisione: il numero Risate senza fine. Costanti e tendenze della comicità nello spettacolo (1, 1993)a cura di Giorgio Simonelli e Armando Fumagalli, contiene diversi saggi sulla comicità sul piccolo schermo. Negli anni successivi il riferimento ai generi è una costante: in particolare in relazione ai rapporti col cinema e al “genere” del cinema in tv; al tema dello sport in tv; fino ad arrivare a numeri più recenti che hanno indagato l’evoluzione dei generi televisivi in relazione ai rilevanti cambiamenti che hanno investito il sistema televisivo (digitalizzazione, approdo all’abbondanza multicanale, nel numero monografico curato da Massimo Scaglioni e Ira Wagman, TV Genres in the Age of Abundance, 2/2015).

Un terzo filone originale di analisi è rappresentato dall’attenzione nei confronti di alcune specifiche tematiche che riguardano trasversalmente la televisione come gli altri media (in primis il cinema): in particolare, dagli anni Ottanta in poi, ritroviamo su Comunicazioni Sociali numeri dedicati ai temi del tempo e della memoria, affrontati anche a partire dal mezzo televisivo. Nel numero La memoria sociale, curato da Francesco Casetti e Fausto Colombo (4/1983), troviamo i saggi dello stesso Colombo (Memoria testuale), di Claude Javeau (Memoria pietrificata e televisione), di Raffaele De Berti (Urbino ’83. Convegno su “ripetitività e serializzazione nel cinema e nella televisione). Il tema della memoria ritorna, nel decennio successivo, nel numero Memorie del presente (3/1999) curato da Chiara Giaccardi.

A partire dagli anni Ottanta, e nei decenni successivi, gli studi sulla televisione dedicano particolare attenzione a un meccanismo che trova nella televisione uno sviluppo importante: la serialità. Anche se gli studi sulla serialità sono molto praticati dagli studiosi della “Scuola di Milano”, come si è detto a proposito dei volumi curati da Francesco Casetti negli anni Ottanta, solo negli anni Duemila un intero numero di Comunicazioni Sociali è dedicato interamente al tema (Arredo di serie, a cura di Aldo Grasso e Massimo Scaglioni, 1/2009)

Anche la radio resta un importante punto di riferimento per gli studi sul broadcasting coltivati attorno a Comunicazioni Sociali, in particolare per presentare ricerche dal taglio storico: nel 1997 Adriano Bellotto e Giorgio Simonelli curano Storie di radio, con saggi, oltre che dei curatori, di Guido Michelone (3/1997).

Comunicazioni sociali tocca, infine, negli anni Duemila, un altro tema centrale per gli studi sulla televisione nell’età della convergenza: l’impatto delle tecnologie digitali sulle forme di produzione e consumo della TV. Frutto di una ricerca del Dipartimento di Scienze della Comunicazione, il numero Incipit digitale (1/2008), curato da Mariagrazia Fanchi e Nicoletta Vittadini, illustra i principali risultati relativi alle specificità con cui la TV digitale terrestre è approdata in Italia.

Cinquant’anni dopo quell’incipit di Mario Apollonio, così pieno di curiosità e fascinazione per il nuovo medium, e sessant’anni dopo l’avvio delle trasmissioni regolari della RAI, è Aldo Grasso a tirare le fila di una storia così ricca di incroci fra la rivista e il mezzo: col numero monografico Sixty Years of Italian TV (1/2015), interamente in inglese, Comunicazioni Sociali inizia a raccontare la ricchezza della tv italiana, e dei suoi Television studies, a una platea di studiosi e lettori internazionali.

Massimo Scaglioni

 

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